Viaggio nella storia del Barolo

 

Il Barolo e le sue zoneL’affascinante storia dalle origini del vino divenuto simbolo dell’Unità d’Italia: il Barolo, “vinum regum, rex vinorum”

Due pomeriggi guidati da Mauro Carosso, delegato AIS di Torino e Roberto Marro, giornalista e collaboratore di AIS Piemonte. Presenti in sala anche Maurizio Vincenti, curatore del sito di AIS Piemonte, il produttore Sergio Barale e l’enologo Dante Scaglione.

 

Il ricavato di questa iniziativa di AIS Milano verrà interamente devoluto a favore del progetto intrapreso dai padri Somaschi a favore dei bambini orfani di Santo Domingo.

In degustazione dodici strepitosi vini provenienti dai più grandi cru degli undici comuni di produzione: Castellero riserva 2003 dei Fratelli Barale, Cannubi Boschis 1996 di Sandrone, Rocchette riserva 2004 di Accomasso, Vecchie viti dei Capalot e delle Brunate riserva 1999 di Voerzio, Monvigliero 2005 di Alessandria, Acclivi 2001 di Burlotto, Cicala 2001 di Aldo Conterno, Percristina 2000 di Clerico, Cerretta 1998 di Germano Ettore, Monfortino riserva 1997 di Conterno, Monprivato 2001 di Mascarello, Bric del Fiasc 1999 di Paolo Scavino.

Mauro CarossoLa storia del Barolo (e delle Langhe) ha inizio 2500 anni fa con la popolazione dei Liguri Stazielli; fra i primi estimatori di questo nettare ci furono i Galli, la cui conquista dei territori d’Oltralpe venne motivata anche dalla loro predilezione per il vino qui prodotto. Non si tirarono indietro neppure i Romani, così colpiti dalla qualità del vino della zona di Alba (allora Alba Pompeia) che Giulio Cesare, tornando dalla Guerra Gallica, volle portarne a Roma una buona quantità.
Per avere la prima citazione dell’uva Nebbiolo dobbiamo però attendere il Medio Evo: nel 1268, in alcuni documenti storici redatti e conservati al castello di Rivoli, venne menzionato il “Nibiol”. La coltivazione di questa uva e il vino da esso prodotto ebbe poi una discreta crescita durante il Rinascimento.
Il vino delle Langhe cominciò ad avere notorietà quando nel 1751 un gruppo di diplomatici piemontesi spedì a Londra una partita di “Barol”: fu un grande successo, tanto che persino il futuro Presidente degli Stati Uniti Thomas Jefferson, in viaggio in quegli anni in Europa, ne citò la bontà nei suoi diari, descrivendolo “quasi amabile come il Bordeaux e vivace come lo Champagne”. Ecco un’immagine del gusto del Barolo di quegli anni: un vino dolce e frizzante, poiché non si sapeva ancora come trasformare tutti gli zuccheri contenuti nel mosto in alcol.

Roberto MarroQuando e per merito di chi nasce allora il Barolo moderno? La nascita si colloca attorno agli anni Trenta del XIX secolo e il merito è da attribuire ai Marchesi Falletti, all’enologo francese Louis Oudart e al conte di Cavour.
Carlo Tancredi Falletti sposò, con il beneplacito di Napoleone, Juliette Colbert de Maulevrier, pronipote del famoso ministro delle finanze di Luigi XIV di Francia. La famiglia dei Falletti era una famiglia di banchieri che acquisirono importanti proprietà terriere nel Comune di Alba sin dal 1250. Juliette (o Giulia) fu animatrice di uno dei più importanti circoli intellettuali di Torino e protettrice di Silvio Pellico. Alla morte di Carlo, nel 1838, acquisì tutte le proprietà della famiglia Falletti. Chiamò nelle sue terre il grande enologo francese Louis Oudart che applicò le tecniche usate per i grandi vini francesi sul vino prodotto nei possedimenti della marchesa. Fu così che si scrisse una delle prime importanti pagine della storia del Barolo moderno, divenuto così popolare che incuriosì persino il re Carlo Alberto di Savoia. Giulia gli inviò 325 carri, ognuno contenente una botte di Barolo: una per ogni giorno dell’anno (tranne i 40 giorni di Quaresima, Gulia era molto osservante), in modo che il re potesse assaggiare ogni giorno un vino diverso. Fu così che alla corte di Torino il Barolo venne definito “vino dei re, re dei vini”.
Il Barolo è legato anche alla storia dei Savoia. Carlo Alberto di Savoia acquistò le proprietà di Verduno e Pollenzo ed affidò al generale Staglieno, enologo ammiratore della Francia, la cura dei vigneti e la produzione del vino nei vari possedimenti. Il figlio morganatico di Vittorio Emanuele II e di Rosa Vercellana (‘la bella Rosin’), Emanuele, conte di Mirafiori, ebbe poi in appannaggio le terre di Fontanafredda a Serralunga d’Alba: cento ettari interamente coltivati a vigneto, il più grande “Chateau” di Langa. Il Barolo era oramai diventato il vino ufficiale dei banchetti importanti a casa Savoia. Giulia Falletti morì nel 1864, lasciando il patrimonio dei Falletti all’Opera pia di Barolo.

La salaAltro protagonista fu Camillo Benso, conte di Cavour. Di cultura francese, aveva viaggiato molto Oltralpe. Divenuto ventenne sindaco di Grinzane, chiamò Luois Oudart a curare il vino nelle proprietà di famiglia nella zona. Fu così che nacque lo stile moderno del Barolo che, per la prima volta nel 1844, venne imbottigliato come vino secco e fermo.
Negli anni successivi alla morte della marchesa Falletti, fra Ottocento e Novecento, le vigne di sua proprietà furono progressivamente cedute ai fattori ed ai mezzadri che le conducevano, dando vita alla frammentazione delle proprietà che ancora oggi caratterizza l’area langarola, facendola assomigliare alla Borgogna. Iniziano inoltre a delinearsi le due scuole di Barolo: quella del “generale” (Staglieno), abboccato, e quella del “francese” (Oudart), secco.
Qualche anno dopo, Giovan Battista Burlotto divenne anch’egli uno dei protagonisti della storia del Barolo: acquistò la proprietà di Verduno dai Savoia (1910) e portò il Barolo in mezza Europa.
Il Barolo divenne così celebre che nacque l’esigenza di proteggerlo dalle contraffazioni: si cominciò a tutelarne il marchio. Figura di spicco di questo periodo fu Giacomo Conterno, che aprì a Monforte un’osteria con mescita del proprio vino.
Con l’arrivo della Grande Guerra non tardarono a farsi sentire gli effetti della fillossera, ma il Barolo non morì; anzi, nel 1909 il Consorzio Agrario definì i confini di produzione di questo grande vino. Giacomo Conterno, tornato dal Carso, produsse un Barolo di altissima gamma. Fu l’inizio di un business. Tra le due guerre ci fu un boom di impianti, anche se la politica del tempo puntava più ad investire sulla quantità della produzione piuttosto che sulla qualità.
Nel 1927 sulla Gazzetta Ufficiale venne pubblicato il “Decreto sui vini tipici”, che delimitava ufficialmente (ma con molte critiche da parte degli esclusi) la zona del Barolo. Sempre nello stesso anno vennero inoltre definite le zone geologiche delle aree di produzione del Barolo: la zona di origine tortoniana con marne di sant’Agata (che dà vini profumati, fruttati ed eleganti che maturano più precocemente) dove si situano La Morra, Verduno ed un lembo di Castiglione Falletto, e la zona di origine elveziana (arenarie grigie e strati di sabbia: il vino risulta più strutturato ed alcolico, adatto ai lunghi invecchiamenti), dove poggiano Castiglione Falletto, parte di Monforte, Grinzane e parte di Barolo.

BaroloDurante la Seconda Guerra Mondiale e nel dopoguerra ci fu una migrazione dalle campagne verso le industrie di città; si vendeva poco Barolo. La rinascita avverrà quando Renato Ratti firmerà il suo vino alla francese: 13/14 giorni di fermentazione, due anni in legno e uno in bottiglia. Era nato il Barolo contemporaneo. Ma Ratti divenne famoso anche per un’importante classificazione delle vigne e per il legame enogastronomico col territorio.
Ulteriore rinascita per il Barolo, dopo gli anni dello scandalo del vino al metanolo, arrivò con i giovani produttori capitanati dal Elio Altare che, viaggiando, conobbero i vini borgognoni e bordolesi e crearono così il loro Barolo: più suadente, pronto da bere in pochi anni ed adatto ai mercati internazionali. Fu scontro tra i barolisti detti “di stile moderno” e quelli “tradizionalisti”. Ad ogni modo Il Barolo era oramai diventato uno dei più grandi vini al mondo.
Giunto all’apogeo della sua perfezione, sviluppa un naso ampio, con sentori, tra gli altri, di frutti neri, petali di rosa, viola, caffè, catrame, liquirizia, tabacco e cacao e dona in bocca una lunghissima sensazione di potenza e di morbidezza allo stesso tempo, così piacevole da rendere questo vino indimenticabile.