Vitigni autoctoni in compagnia di Guido Invernizzi


AutoctoniI vitigni autoctoni non cessano mai di sorprendere. Eccone qualcuno, con nozioni di ampelografia, di storia e geografia

La parola “autoctono” deriva dal greco: autòs = stesso e chthòn = suolo, riferendosi ad una specie che si è originata ed evoluta nel luogo in cui si trova. Alcuni vitigni autoctoni crescono e si sono adattati bene in alcune zone, talvolta anche molto circoscritte, come ad esempio la Costiera amalfitana, dove si trovano il Tintore di Tramonti, il Ripoli, il Fenile, la Ginestra, la Pepella.


In Italia i vitigni classificati autoctoni sono circa 370: sicuramente una stima per difetto poiché, di molti, non si conosce ancora il profilo genetico.

Il primo vitigno che incontriamo è il Pecorino, diffuso nelle Marche soprattutto in provincia di Ascoli Piceno, ma coltivato con ottimi risultati anche in Abruzzo. La salaFalerio dei Colli Ascolani e soprattutto Offida, sono le due DOC marchigiane che lo contemplano. In Abruzzo si trova nella DOC Controguerra, in provincia di Teramo e nell’omnicomprensiva Abruzzo DOC, anche in versione spumantizzata. Il nome curioso, legato alla pastorizia, ha origine dall’apprezzamento di quest’uva da parte delle pecore durante la transumanza. Noto già prima del II secolo a.C., appartiene alla famiglia delle Aminee come il Greco di tufo, il Grechetto umbro, il Pignoletto e la Ribolla riminese. Coltivato in terreni argillosi, calcarei, matura precocemente, ha un buon tenore zuccherino e una buona acidità che gli permette di tollerare bene l’invecchiamento. Con il tempo assume quelle note minerali che solo il Pallagrello e il Timorasso riescono ad uguagliare. In degustazione abbiamo una delle migliori espressioni della DOC Offida, Pecorino 100%, Fiobbo, azienda Aurora, 2009. Elegante al naso, note fruttate, speziate e una spiccata mineralità. In bocca sapido e di lunga persistenza, con un retrogusto di mallo di noce.

Facciamo un salto in Campania, la regione europea che, insieme al Portogallo, possiede il maggior numero di vitigni autoctoni. Incontriamo il Pallagrello bianco, confuso per molti anni con la Coda di volpe, famoso nel ’700 a tal punto che Ferdinando IV di Borbone fece realizzare, vicino a Caserta, la spettacolare Vigna del Ventaglio, un semicerchio diviso in dieci raggi, nei quali trovavano posto viti di ogni regione d’Italia, con una collocazione d’onore per il Pallagrello, bianco e nero, che il re apprezzava particolarmente. Dotato di acini perfettamente tondi è, per alcuni, riconducibile all’antica pilleolata romana usata per la produzione del Falerno. Insieme al Pallagrello, un altro vitigno rosso casertano, il Casavecchia, è stato recuperato per volontà di due avvocati campani, Mancini e Barletta, con la consulenza del professor Moio. Presente nelle IGT Roccamonfina e Terre del Volturno, il Pallagrello bianco tende ad accumulare zuccheri, non ha grande acidità, ma è dotato di una buona mineralità che si esalta nel tempo. Assaggiamo l’IGT Terre del Voltuno dell’azienda Vestini Campagnano, 2010. Al naso frutta matura, erbaceo, una nota balsamica, bella mineralità e un uso del legno intelligente. In bocca tutto si enfatizza: bella sapidità e lunga persistenza.

Guido InvernizziGiunto in Sicilia dalla Puglia, proveniente probabilmente dall’Albania, è il Grillo, considerato da sempre la colonna portante del Marsala. È un vitigno che resiste bene alle alte temperature, alla siccità e allo stress idrico. Per ridurre la sua predisposizione all’accumulo di zuccheri e consentire la produzione di vini più freschi, si impiega un’irrigazione in vigna. Il Grillo in degustazione, proposto in purezza, è una IGT Sicilia, 2009, dell’azienda Barraco. Si presenta di un bel colore dorato con un naso che sorprende per i profumi terziari di smalto e vernice, note di frutta disidratata, una punta di dattero e una grande mineralità.  È un vino che tende naturalmente all’ossidazione, ricordando al naso certi sherry oloroso. In bocca si avvicina a quelle tipologie di vini fermentati in botti e anfore scolme che hanno preso piede al confine tra il Friuli e la Slovenia. Un vino interessantissimo, intrigante.

Dalla zona del re Barolo incontriamo il primo vitigno a bacca rossa, il Pelaverga, che cresce nei terreni tortoniani, molto sabbiosi di Verduno, Roddi e La Morra. I vigneron piemontesi lo definiscono “un gentile cavaliere che apre la strada ai grandi vini d’Alba”. Un vino con una grandissima dignità, fresco, da bere giovane. Da non confondere con il Pelaverga saluzzese che presenta acini e foglie di dimensioni maggiori, il pelaverga piccolo si vendemmia tardivamente, è povero di antociani e dà un vino assolutamente trasparente. Dell’azienda Castello di Verduno degustiamo il Verduno Pelaverga DOC, 2009: buona struttura, note fruttate, una marcata speziatura caratteristica di questo vitigno e un buon potere pseudocalorico. Prodotto piacevole che, si narra, abbia anche effetti afrodisiaci.

Alcuni sommelier in servizioCi spostiamo in Lazio per conoscere il vitigno rosso più famoso, amante dei terreni vulcanici dell’area dei Castelli Romani e soprattutto dell’alto frusinate: il Cesanese. Se ne conoscono due biotipi: il Cesanese comune e quello di Affile. Quest’ultimo, vinificato in purezza, rappresenta la migliore espressione di questo vitigno che ama la sovramaturazione ed è adatto all’invecchiamento. Il nome deriva probabilmente da caesae = luoghi dagli alberi tagliati, ad indicare il disboscamento operato per far spazio alla vigna. In passato era considerato un vino rustico, spigoloso, a causa dell’elevata percentuale di polifenoli. Da allora si è lavorato molto e bene, come dimostra l’assaggio dell’IGT Lazio Cesanese, 2007, dell’azienda agricola l’Olivella. Vino ricco di antociani, bella struttura e un naso di uve sovramature. Note speziate, di confettura, zucchero caramellato, rabarbaro, miele di castagno. In bocca buona corrispondenza gusto-olfattiva e una punta di liquirizia. Vino ricco e opulento.

Terminiamo con l’Emilia-Romagna, una regione che riserva piacevoli sorprese. Incontriamo l’Uva Longanesi chiamata anche bursòn dal soprannome della famiglia Longanesi che l’ha scoperta. Siamo in provincia di Ravenna, nella zona di Fusignano e Bagnacavallo. All’inizio del secolo scorso, vicino ad una tenuta di caccia, si scopre una strana vite arrampicata ad un albero, di buona vigoria, con grappoli enormi e resistente al freddo e alle malattie. Inizia qui l’avventura di questo vitigno da cui si ottengono vini che hanno rivoluzionato il concetto della vitivinicoltura di pianura. Degustando questa IGT Ravenna rosso, 2006, dell’azienda Longanesi Daniele - nipote del fortunato scopritore di quest’uva - ci si imbatte in un vino molto ricco di antociani e polifenoli. Al naso presenta una grande complessità: note di frutta matura, balsamiche, speziate ed erbacee. In bocca una speziatura marcata e un grande corpo. Consigliato con un bel piatto di tagliatelle con sugo di lepre.

Con questi sei vitigni autoctoni concludiamo il primo appuntamento con Guido Invernizzi, in attesa di scoprire nuovi affascinanti protagonisti del complesso mondo del vino.

31 marzo 2011