I vigneti antichi di Masseria Frattasi


r161 copertinaAi piedi del monte Taburno, una millenaria storia di vino

Quando un medico e sommelier, piemontese di nascita ma con il calore del sud nel cuore, incontra un produttore di vino campano, nasce qualcosa di unico.
E’ così che il nostro Guido Invernizzi ci racconta della sua amicizia con Pasquale Clemente, giornalista di professione e produttore di ottimo vino per hobby, e di come si possa conoscere il vino attraverso i racconti di chi lo cura e lo fa diventare “grande”.

 


Siamo nel Sannio beneventano, regione di lunga storia che si distingue dal resto della Campania per diversi aspetti: in una realtà vitivinicola molto varia è radicata profondamente l’idea del vitigno autoctono, in quanto molte viti sono a piede franco perché il terreno, di origine vulcanica, non ha permesso alla fillossera di procurare danno. La vite è stata importata dai greci, in particolare nella zona ai piedi del monte Taburno in collaborazione con la civiltà etrusca che coltiva le piante e ne vinifica i frutti; fonti storiche narrano poi che proprio la Campania era il bacino di produzione e di importazione dei vini per Roma.
In tempi più recenti vediamo che proprio nel Sannio viene adottato il concetto di “cantina sociale”: a Solopaca nasce la prima cantina che rivoluziona l’immagine del commercio del vino.
Il vitigno maggiormente coltivato e utilizzato, oltre all’aglianico del Taburno, è la falanghina, vinificata principalmente in purezza, grazie ai territori adatti ad accogliere questo tipo di uva. Nella produzione dei vini di questa zona si riconosce senz’altro l’impronta enologica data dal professor Luigi Moio.


VignetiLa maggior parte delle tenute dell’azienda è ubicata nel territorio tra Montesarchio e Telese; troviamo qui i vitigni tradizionali della zona, comprese alcune splendide vigne storiche che superano addirittura i 120 anni di età; il sistema di coltura prevalente si chiama “tennecchia”, ovvero una specie di alberata di memoria etrusca. Altra caratteristica peculiare di Masseria Frattasi è la cosiddetta vitivinicoltura d'altura: la maggioranza dei vitigni trova vita e nutrimento sopra i 600 mt. s.l.m., ragion per cui molti dei vitigni dell’azienda vengono definiti “di montagna”.


Guido ci conduce nella degustazione di sei prodotti dell’azienda, a mio parere, di altissimo livello.
Assaggiamo una coda di volpe di montagna Nymphis Sacrae, vitigno che ha almeno 2000 anni. Il nome, "cauda vulpium", è ispirato alla forma del grappolo descritta da Plinio il Vecchio. Quest’uva, che non ama il mare, essendo coltivata a 600 mt. di altitudine nella zona del Taburno, possiede un buon tenore zuccherino e un’acidità medio-bassa; viene vinificata con macerazione pellicolare prefermentativa a freddo, il che contribuisce a conferire buone sapidità e freschezza.


Proseguiamo lasciandoci sorprendere da due tipologie di falanghina, il cui nome deriva dalla “falanga”, ossia il palo sul quale si allevava la vite. Ne esistono due esemplari: la falanghina dei campi flegrei, dall’acino più piccolo e dalla buccia più sottile, è coltivata su un terreno vulcanico di fronte al mare e risulta delicata, tagliente, sapida e minerale; quella beneventana, d’altura, nasce nel terreno calcareo, subisce l’escursione termica tra il giorno e la notte, ed è più alcolica, strutturata e aromatica.
Assaggiamo la falanghina Bonea, che presenta un naso fine e delicato; risaltano molto le caratteristiche tipiche del vitigno, con profumi complessi e gusto vellutato.
Di seguito la falanghina Donnalaura, che si caratterizza per un breve passaggio in legno; nasce solo da vigne vecchie, a 600mt s.l.m., ed è un prodotto unico per filosofia di produzione e territorio; infine, le uve sono parzialmente botritizzate.


Passiamo ai rossi: qui il vitigno più caratteristico è certamente l’aglianico del Taburno; troviamo tannino e acidità, con una grande serbevolezza nel tempo.
Siamo affascinati dagli straordinari profumi dello Iovi tonant, un aglianico del Taburno in purezza, che anche in bocca manifesta una complessità straordinaria; sfiora una freschezza mentolata e chiude con note balsamiche di liquirizia.
La cantinaL’apoteosi del gusto della serata è certamente affidata al Kapnios: un aglianico amaro del Taburno di montagna in purezza, le cui uve, raccolte a mano nella seconda decade di novembre, vengono poi lasciate appassire nel fruttaio all'aperto. Affinamento in barriques nuove di rovere francese per 24 mesi, ed un anno in bottiglia. Il naso e il gusto  sono talmente ricchi che non si riuscirebbe a descriverne qui con giustizia la complessità; resta solo il dovere di assaggiarlo.
Chiudiamo con un moscato passito di Baselice: coltivato a 750 mt. s.l.m., le sue uve vengono fatte appassire nei fruttai fino a Natale; il terreno è composto da marne sabbie e fossili, il residuo zuccherino è molto controllato tanto da dare un prodotto fresco.


Ci congediamo da questi prodotti straordinari ancora sedotti dal loro gusto, che comprende non soltanto le emozioni gustative ma anche una raffinata cura della decorazione estetica delle etichette sulle bottiglie e nella scelta dei nomi, ricordo di un passato lontano ma intramontabile.