Lombardia. Perla del Metodo Classico - Prima parte


Lombardia. Perla del Metodo Classico - Prima parteL’incontro prenatalizio della rassegna Annessi e Connessi è stato condotto a tre mani, anzi a tre calici, da Nicola Bonera, Luisito Perazzo e Artur Vaso. Un’occasione non solo per scambiarsi gli auguri, ma anche per approfondire un connubio ormai storico e di successo, quello tra la Lombardia e il Metodo Classico.

In tutto il nostro Paese si producono bollicine, ma la Lombardia spicca per qualità e quantità. Addirittura due DOCG – Franciacorta e Oltrepò Pavese Metodo Classico – sono dedicate a questa affascinante tipologia.

Iniziamo il viaggio virtuale tra le bollicine lombarde con Nicola Bonera e la Franciacorta. I numeri sono impressionanti: 3000 ettari vitati, 118 produttori consorziati e 19 milioni di bottiglie prodotte l’anno. Una storia recente, nata nel 1954 con Guido Berlucchi che si avvalse di Franco Ziliani - fresco di studi enologici - per la produzione del suo vino. Le prime bottiglie sono datate 1961, uscite per il commercio a Natale del 1962.


Nicola BoneraDa allora le bollicine bresciane hanno sempre raggiunto grandi traguardi a partire dalla DOC, con solo 50 ettari vitati e, il 5 marzo 1990, con la nascita del Consorzio Franciacorta, all’epoca con solo 29 produttori. La DOCG arrivò invece nel 1995, definendo i confini dei 19 comuni - compreso Brescia - che costituiscono la Franciacorta vinicola. Il 2002 segna la tutela del marchio con il regolamento europeo. Solo altri nove vini si fregiano di questa elezione e da qui nasce la frase “Franciacorta basta a sé stesso”. Negli ultimi anni considerevoli cambiamenti sono stati mirati alla qualità, come la resa per ettaro e l’avvicinamento al biologico. Degno di nota è il progetto Ita.Ca., il primo modello italiano di misura dell’impronta carbonica, un programma volontario di autocontrollo e riduzione delle emissioni di gas a effetto serra su scala comprensoriale.

È il “Metodo Franciacorta” a garantire ancora oggi la qualità di ogni singola bottiglia. Norme rigide e scrupolose per ottenere vini di assoluta qualità: impiego esclusivamente di vitigni nobili, raccolta a mano delle uve, rifermentazione naturale in bottiglia e successiva lenta maturazione e affinamento sui lieviti, non inferiore ai 18 mesi, 30 per i Millesimati e ben 60 mesi per le Riserve.

Durante la fase della sboccatura, il tappo a corona viene rimosso e si aggiunge lo sciroppo di dosaggio, composto da vino base Franciacorta e zucchero in quantità tale da determinare la tipologia di sapore: dosaggio zero, extra brut, brut, extra dry, sec e demi-sec.

Le tipologie di Franciacorta

Franciacorta: chardonnay e/o pinot nero; può essere utilizzato anche pinot bianco per un massimo del 50% ed erbamat fino a un massimo del 10% (quest’ultimo vitigno è stato ammesso e inserito nel disciplinare dal 2017). Minimo 18 mesi di affinamento.

Franciacorta Satèn: chardonnay min 50%, pinot bianco max 50%. Minimo 24 mesi di affinamento, pressione massima 5 atm, solo tipologia brut. Il nome Satèn arriva in Franciacorta nel 1990 mentre prima si usava il termine “Crèmant”, ma a seguito di diverse controversie e cambi normativi hanno vietato l’uso di tale denominazione. La tipologia Satèn è riservata solo ai Franciacorta e prende il nome dalla seta, prodotta in passato in questo territorio, perché come la seta si presenta morbido e rotondo.

Franciacorta Rosé: chardonnay fino a un massimo del 65%; pinot nero per almeno il 35%. Possono concorrere alla produzione di detto vino le uve del vitigno pinot bianco fino a un massimo del 50% e le uve del vitigno erbamat fino ad un massimo del 10%. Minimo 24 mesi di affinamento.

Millesimato: l’anno riportato in etichetta indica che almeno l’85% del vino proviene da un’unica annata. La maturazione deve durare minimo di 30 mesi di affinamento.

Riserva: minimo 60 mesi di permanenza sui lieviti.

Dopo queste nozioni sulla Franciacorta, per Nicola, ospite dell’azienda La Montina è giunto il momento della degustazione. Tre sono i calici contenenti il Franciacorta dell’omonima azienda che ci appaiono sullo schermo: Millesimato 2015, Satèn da uve delle vendemmie 2017 e 2016, extra brut da uve delle vendemmie 2017 e 2016. Nicola dedica a tutti i partecipanti un quarto calice, con una degustazione in diretta streaming. Si tratta di una Riserva 2012 Pas Dosé, 55% chardonnay e 45% pinot nero, sboccatura fine ottobre 2020. Giovane al naso, floreale, fresco e sottile. In bocca asciutto e avvolgente, mieloso a tratti.

Come secondo vino Nicola ci presenta l’azienda Villa Franciacorta, in ricordo di Alessandro Bianchi morto il 12 marzo 2020 a 85 anni a causa del coronavirus, anima della prestigiosa azienda vinicola di Monticelli Brusati. Diamant 2004 Pas Dosé, sboccatura 2009, 85% chardonnay e 15% pinot nero. Senza alcuna aggiunta di zucchero è la massima espressione del terroir. Al naso imperterrito per molti anni con sentori di vaniglia e nocciola; bocca nervosa, quasi solitaria.

Dopo la degustazione Nicola cede il testimone a Luisito Perazzo che introduce l’Oltrepò Pavese, altra zona lombarda vocata alla produzione di vino.

La storia vitivinicola dell’Oltrepò Pavese ha inizio nella Preistoria: tralci di vite sono stati trovati a Clastidium, l’odierna Casteggio. Dal settimo al decimo secolo a. C. le popolazioni etrusche e liguri coltivavano la vite su queste terre; anche l’Impero Romano dette un forte sviluppo alla lavorazione della terra che ebbe un declino con le invasioni barbariche. Nell’alto medioevo i monasteri ridettero lustro alla coltivazione della terra, supportati da nuove tecniche colturali arrivate dalla Francia. A fine ‘800 arrivò la filossera, si perse gran parte del patrimonio viticolo e si dovette aspettare il secondo dopoguerra per una ripresa. Il clima, in Oltrepò Pavese, è caratterizzato da estati calde con inversioni termiche che creano un accumulo di aria fresca in pianura dove fa più freddo che in collina.


Oltrepò PaveseIn Oltrepò Pavese si coltivano circa 13.500 ettari di superficie vitata, che fa rientrare questo territorio nelle prime cinque posizioni per la coltivazione di vite d’Italia. Il 62% del vino lombardo viene prodotto in queste terre di confine tra Piemonte, Liguria ed Emilia-Romagna, proprio sul 45° parallelo. Il pinot nero la fa da padrone, affiancato dal riesling italico, bonarda e croatina. Data fondamentale per la viticoltura in Oltrepò Pavese è il 1960 che segna la nascita del Consorzio dei Vini Tipici oggi Consorzio Tutela Oltrepò Pavese. La produzione enologica dell’Oltrepò Pavese a indicazione geografica è suddivisa in: 1 DOCG, Oltrepò Pavese Metodo Classico; 7 DOC, Bonarda dell’Oltrepò Pavese, Buttafuoco dell’Oltrepò Pavese, Pinot Nero dell’Oltrepò Pavese, Sangue di Giuda dell’Oltrepò Pavese, Casteggio, Oltrepò Pavese, Oltrepò Pavese Pinot Grigio; 1 IGT, Provincia di Pavia.

Nel 1907 con Pietro Riccadonna si ebbe la nascita a Casteggio della SVIC (Società Vinicola Italiana Casteggio), che mise in vendita nel 1912 il Gran Spumante, pubblicizzato addirittura a New York vicino alla Statua della Libertà. Il pinot nero è alla base della spumantizzazione in Oltrepò Pavese, con circa 3000 ettari vitati. I primi impianti, a Rocca de’ Giorgi, risalgono al 1865 a opera del Conte Carlo Giorgi di Vistarino.

Il pinot nero in Oltrepò ha un germogliamento mediamente precoce, la produzione è abbastanza costante e la vigoria è elevata. In genere viene piantato nella media-alta collina su terreni calcareo argillosi; l’allevamento prediletto è a controspalliera con elevata densità.

I vini a base pinot nero in Oltrepò Pavese sono caratterizzati da un colore trasparente che va dal rubino al granato. La complessità olfattiva è data dalle note floreali di viola, frutti rossi e speziatura ben evidente, ampia corposità al palato, struttura e grado alcolico, predisposizione alla longevità, soprattutto per le tipologie Riserva.

Oltrepò Pavese Metodo Classico DOCG

Prodotto con almeno il 70% di pinot nero, gli altri vitigni ammessi sono chardonnay, pinot grigio e pinot bianco congiuntamente o disgiuntamente fino a un massimo del 30%. Le tipologie sono: O.P. Metodo Classico, O.P. Metodo Classico rosé, O.P. Metodo Classico Pinot nero e O.P. Metodo Classico Pinot nero rosé. Il Consorzio Tutela Vini Oltrepò Pavese ha coniato il marchio collettivo Cruasé per identificare l’O.P. DOCG Metodo Classico rosé. Il nome assomma i termini Cru, che indica lo stretto rapporto tra vitigno e territorio, Cruà antico nome del vitigno già coltivato del ‘700 e Rosé, il colore del vino che va dal rosa tenue alla buccia di cipolla, ottenuto dalla breve macerazione del pinot nero sulle bucce. Per tutte le tipologie la rifermentazione deve avvenire esclusivamente in bottiglia, la sosta sui lieviti durare almeno 15 mesi e 24 per i Millesimati. La tappatura finale deve avvenire con sughero a fungo.


Luisito PerazzoLuisito ci propone come primo vino in degustazione il Galanta dell’azienda Ruiz de Cardenas di Casteggio, ottenuto con prevalenza di chardonnay da viti vecchie. Speciale edizione 10 anni, Millesimo 2009, sboccato nel 2020. Nessun passaggio in legno. Si presenta con un colore giallo intenso dorato, naso tropicale, mela e agrumi. In bocca è rotondo, morbido e burroso. Sapido e minerale.

Il secondo vino degustato da Luisito è l’Oltrenero Cuvée Emme Brut di Tenuta del Bosco, uno dei rari Metodo Classico italiani ottenuti da 100% meunier, annata 2017, 25 mesi sui lieviti e sboccatura 2020. In bocca croccante con frutta bianca e gialla non completamente matura. Naso che ricorda la mela e vaghi ritorni di resina.

Terminiamo con l’Oltrepò Pavese Metodo Classico Brut Millesimato DOCG Vincenzo Comi Riserva del Fondatore 2011 dell’azienda Travaglino, sboccatura ottobre 2019, pinot nero 85%  chardonnay 15%, vigne di almeno 35 anni. Naso speziato con sentori di mandorle e nocciole, bocca ricca e piena, ampio e persistente.