Il Vermentino bianco, tre anime che si specchiano nel Mediterraneo


Il Vermentino bianco, tre anime che si specchiano nel MediterraneoIl Ritrovino, nuovissimo format creato da AIS Lombardia per mettere in scena dibattito e dialettica intorno a un vino insieme ai grandi maestri della degustazione. In compagnia di Luisito Perazzo proveremo a tracciare il profilo del Vermentino attraverso le sue diverse declinazioni.

Un ritrovo virtuale di venticinque colleghi, tutti in collegamento dalla propria abitazione, con una sola semplice regola: avere accanto una bottiglia di Vermentino in purezza alla corretta temperatura di servizio, pronti a un confronto collettivo senza ansia o timori. Impegnandoci a descrivere l’esperienza del vino scelto per la serata, cercheremo tutti insieme di disegnare un identikit di questo affascinante vitigno.

Luisito Perazzo, prima di aprire il dibattito, ci fornisce qualche coordinata lungo la quale indirizzare la nostra indagine. Il vermentino si specchia nel Mediterraneo attraverso tre profili territoriali: ligure, toscano e sardo. Oggi in Italia abbiamo circa 6000 ettari coltivati a vermentino, uno dei vitigni a bacca bianca che negli ultimi anni ha maggiormente scalato numeri e classifiche. Oltre che nelle tre regioni principali di riferimento, è coltivato anche nella zona del Roero, dove prende il nome di favorita, in Puglia e in Sicilia. Troviamo infine marginalmente un po’ di vermentino anche in Umbria, Abruzzo e Lazio. Quest’uva è presente anche in Francia, con una superficie vitata complessiva paragonabile a quella italiana, localizzata perlopiù in Corsica e in Provenza.

Le originiPiuttosto dibattute sono le sue origini. Risalgono al 1390 le prime indicazioni di importazione dalla penisola iberica da parte degli Aragonesi che portarono il vermentino prima in Corsica, poi in Sardegna e infine in Liguria. Nel 1834 Giorgio Gallesio, nella sua opera “Pomona Italiana”, descrive in modo piuttosto dettagliato il vitigno, collocandone l’origine in Liguria da cui si diffuse verso il sud Italia. Altri ampelografi lo vorrebbero originario dall’antica Massalia, l’odierna Marsiglia. Nel 1870 esce il bollettino del comizio agrario di Massa, dove si parla di vermentino come di uno dei vitigni più storici della zona. Oltre all’origine anche l’etimologia è incerta. Secondo alcuni studiosi il nome potrebbe derivare da “vermene”, ramoscello giovane, dal latino verbena.

Ama terreni poco profondi, ben drenati e germoglia in epoca medio/tarda sfuggendo così alle gelate. Vitigno esuberante per vigoria e produttività con invaiatura e maturazione tardive, dal punto di vista aromatico viene classificato tecnicamente come un vitigno neutro. Grazie alla versatilità di questa uva, le caratteristiche finali del vino possono variare sensibilmente in funzione della tecnica di vinificazione impiegata. Quella classica, in bianco, dà un profilo molto pulito, ma povero. Alcuni produttori scelgono la criomacerazione, esaltando in questo modo profumi balsamici e speziati. Con la macerazione prefermentativa si ottengono estrazione aromatica e polifenolica. Infine, il vermentino si presta a vinificazioni con iperossidazione, in cui si insuffla ossigeno, ottenendo spiccate note agrumate ed erbacee e a maturazione sur lie, che porta a degradazione cellulare, esaltando sensazioni iodate e saline.

Clima e territorioFatte queste premesse si passa alla degustazione e al dibattito! Riportiamo qualcuno dei vini stappati dai partecipanti, con qualche nota in merito a ciascuno.

È lo stesso Luisito a rompere il ghiaccio presentandoci un Riviera Ligure di Ponente DOC Vermentino 2019, Cantina Sancio, un vino che fa solo acciaio, cristallino, luminoso e scorrevole nel bicchiere. Al naso fiori e agrumi, soprattutto mandarino, lime ed erbe aromatiche. Man mano che si ossigena si apre su gelsomino, mughetto e iris. Articolato e fine, in bocca è agile, snello e scattante. Ha notevole acidità in apertura, che va a chiudere la fase aromatica. Alla freschezza si accompagna una spiccata salinità.

Ci spostiamo in Toscana con un Bolgheri DOC Vermentino 2018, Grattamacco. «L’ho comprato quest’estate mentre ero in giro per Bolgheri», dice Antonio mentre ci descrive il vino che ha davanti a sé. Ventaglio di profumi piuttosto ampio: albicocca, pompelmo, lime e una leggera nota di rosmarino. La sensazione fruttata rimanda a un frutto più maturo che croccante e, a chiudere l’esame olfattivo, un netto sentore di salsedine, che proietta la nostra immaginazione verso le spiagge livornesi. Parte del vino fa barrique, e lo si sente con una cremosità in bocca. La beva è caratterizzata da una piacevolissima freschezza che invita senza indugio a concedersene un altro sorso.

Marco ci spiega, invece, perché la sua scelta è ricaduta su Bianco Testalonga, Nino Perrino. «Sono un appassionato di Rossese e conosco bene Perrino. Mi incuriosiva vedere se, anche nel Vermentino, trovavo in qualche modo elementi riconducibili al territorio di Dolceacqua e nello specifico allo stile del produttore». Bianco Testalonga esce come vino da tavola, e come tale senza indicazione di annata in etichetta. Tuttavia, grazie dell’indicazione del numero di lotto, il collega ritiene che probabilmente quella di fronte a lui sia una bottiglia del 2019. Lo stile di vinificazione è quello di un orange wine, avendo questo vino fatto cinque giorni di macerazione sulle bucce. Al naso fiori quasi appassiti e frutta evoluta che richiama la composta e il candito. All’assaggio i polifenoli si sentono, marcando il finale amaricante, quasi tannico. Sapidità debordante tanto che sembra di avvertire il mare nel calice.

Aromi e vinificazioneDenise porta nelle nostre case un po’ della sua Sardegna, raccontandoci il Vermentino di Gallura Superiore DOCG Soliànu 2018, Tenute Ledda. Vino realizzato da un cru di 12 ettari a Caniggione, in Gallura. Soliànu in sardo significa soleggiato. Giallo paglierino con riflessi dorati, luminosissimo e di buona consistenza. I profumi raccontano il mare e la roccia granitica, con una sottile vena fumé di sottofondo. Frutta tropicale, mela verde, scorza di agrume, e infine ginestra ed erbe mediterranee. Sorso pieno, di buona freschezza e di notevole sapidità salmastra. Persistente e ben equilibrato, chiude su un intrigante finale di mandorla fresca.

Questi erano solo alcuni esempi tra i tanti, appassionati interventi a cui abbiamo assistito nel corso della riuscitissima serata corale, dove ognuno dei partecipanti ha collocato la propria tessera per ricostruire il complesso mosaico chiamato Vermentino. Missione compiuta!