La storia delle famiglie del vino in Toscana – Seconda parte


La storia delle famiglie del vino in Toscana – Seconda parteIn questa seconda puntata di WHO (Wine, Host, Opinion) dedicata alle storie di coloro che hanno creduto con caparbietà nella sfavillante vocazione della Toscana vitivinicola, Massimo Castellani – fine conoscitore del territorio - si è curato di farci ripercorrere “più di millanta” secoli.


Marchesi GondiSi inaugura la serata con i Marchesi Gondi, eloquentissimi portavoce del Chianti Rufina. Ebbero una storia illustre e il loro motto - Non Sine Labore - ne riflette l’indole all’abnegazione. Di loro si hanno notizie fin dai tempi di Carlomagno - non proprio ieri, insomma - e, nel Quattrocento, parte della famiglia stabilitasi in Francia ascese alla nobiltà, imparentandosi nientemeno che con i Savoia, gli Orléans e i Medici.

È datato 1592 l’acquisto della Tenuta Bossi, avamposto in odore di Appennino, nel cuore dell’odierno Chianti Rufina. Eppure, l’epoca della loro affermazione affonda le sue radici nell’Ottocento, quando vi fece ingresso una francese: Marie de Labrugière che convolò a nozze con Francesco di Giuseppe Gondi (1865) e divenne il nume tutelare della Tenuta ponendo, di fatto, le basi dell’enologia moderna. Iniziò un lavoro di zonazione ante litteram, reimpiantò i vigneti e, in cantina, introdusse i tini di cemento per le fermentazioni. Infine, e siamo ai giorni nostri, troviamo all’opera la venticinquesima generazione di vitivinicoltori. Dai 19 ettari della Tenuta Bossi nascono i loro fiori all’occhiello: il Chianti Rufina DOCG San Giuliano, i rossi Colli Toscana Centrale IGT Mazzaferrata, Fiammae e, infine, Ser Amerigo, a ricordare che i Marchesi Gondi contribuirono alla scoperta di una certa baia americana - quella alla foce del fiume Hudson - dove sorge una città il cui odierno acronimo è NYC.

CapponiI Capponi, dal canto loro, sono indissolubilmente legati al Chianti Classico. Sono, può dirsi, da “appena” 800 anni sulla scena. Data al 1210 la loro prima menzione d’archivio quando un certo Cappone Capponi si iscrisse all’Arte della Seta di Firenze. Attorno ai loro avi si è andato sviluppando nel tempo il tessuto politico della Repubblica fiorentina: lungo i secoli, si ritrovano figure come Neri Capponi, alleato di Cosimo de’ Medici in occasione della battaglia di Anghiari (1440); o l’eminente Pier Capponi, assennato statista, il cui influsso fu decisivo nelle negoziazioni con Carlo VIII di Francia che minacciava di saccheggiare Firenze nel 1494.

Fu poco prima della nascita del Granducato di Toscana che prese piede la viticoltura come attività economicamente rilevante: agli originali quattro poderi acquisiti in Val di Greve da Niccola di Andrea (1524), ne vennero poi aggiunti altri. I secoli che seguirono videro la tenuta instradata verso nuove idee vinicole e Massimo Castellani ci racconta, en passant, che già nel 1613, Niccola Capponi scrisse un piccolo trattato di perizia enologica riguardo il «Modo di fare il vino alla franzese». Dopo tempo immemore rilevò l’azienda Sebastiano Capponi, attuale titolare della splendida Villa Calcinaia dai cui vigneti scaturiscono liquidi che possono vantarsi di prestigiosi allori: basti citare i loro tre Gran Selezione Bastignano, Contessa Luisa e La Fornace.

Contini BonacossiProseguiamo con chi permise l’affermazione di un brandello di terra chiamato Carmignano: i Contini Bonacossi che ne sono, invero, gli incontrastati signori. Non per quello va dimenticato che crearono, oltre a ciò, l’immensurabile Collezione Contini Bonacossi, la cui vicenda fu punteggiata di avvenimenti, piccoli e grandi. Attualmente, sono otto le sale degli Uffizi che sfoggiano ineffabili capolavori di tale collezione: vi si ritrovano opere di Velázquez, Cimabue, Andrea del Castagno, Goya e via dicendo. Indimenticabile, da qui all’eternità!

La data d’avvio dell’attività vitivinicola è da collocarsi nel 1920 allorché il Conte Alessandro comprò la proprietà di Capezzana, in seguito incrementata con l’annessione di due fattorie confinanti, Il Poggetto e Trefiano. Tempo una cinquantina d’anni e Capezzana diventò, letteralmente, iconica. Merito di Ugo - nipote di Alessandro – al quale va attribuito di aver innescato, a ragion veduta, il distacco dal mondo Chianti e di aver contribuito alla nascita, nel 1975, della piccola DOC Carmignano. Ora, meriti e lavoro vengono divisi fra la quarta e la quinta generazione, e, delle loro osannate etichette - che all'icona affiancano la sostanza – citiamo qui il Carmignano Riserva DOCG Trefiano.

Cinelli ColombiniI Cinelli Colombini sono invece un tassello di memoria del microcosmo ilcinese. Anch’essa mirabile e antichissima famiglia, appare già in attività intorno al 1200. Tuttavia, lì dove si rinvengono i primi embrioni della viticoltura che li avrebbe condotti a far parte integrante della storia del Brunello, è l’arrivo a Montalcino nel 1352, anno in cui ottennero dalla Repubblica senese il Castello di Poggio alle Mura (dal 1978 proprietà della famiglia italoamericana Mariani). I secoli evaporarono finché, alle soglie del Novecento, venne avviata la produzione di Brunello (1892). Negli anni Trenta, invece, entra in scena una delle figure decisive per le sorti della famiglia: quella di Giovanni Colombini, geniale pioniere. Et pour cause. Installatosi in località Podernovi nell’attuale Fattoria dei Barbi, questi traghettò l’azienda, con indirizzo e volontà di governo, nella contemporaneità: diede il la alla vendita per corrispondenza; costruì la prima enoteca pubblica italiana e fu uno dei precursori dell’enoturismo, accogliendo i turisti in cantina.

Dagli anni Ottanta Fattoria dei Barbi è sotto la guida accorta del discendente Stefano mentre l’odierna Azienda Agricola Cinelli Colombini nasce da una scissione familiare: nel 1998, Donatella - nota per aver fondato il Movimento Turismo del Vino - si staccò dal fratello Stefano e riunì, sotto il marchio Cinelli Colombini, la Fattoria del Colle a Trequanda e il Casato Prime Donne a Montalcino. Una realtà declinata al femminile i cui vini - dall’Orcia DOC Cenerentola ai Brunelli - sono minuti lavori di cesello, tanto da assurgere a riferimento.

Marone CinzanoNon abbisognano di presentazione alcuna i torinesi Marone Cinzano: a loro si devono il leggendario Cinzanino e lo spumante Principe di Piemonte, assoluti vertici di un fiorente passato. Dal 1757 specializzati in vermouth, la famiglia fu proprietaria della Florio (1924-1988), e annoverò personaggi quali Enrico che, negli anni Trenta, permise l’ideazione di un sistema di spumantizzazione misto, il cosiddetto Metodo Marone-Cinzano. L’arrivo in Toscana avvenne con Alberto Marone Cinzano quando acquisì la Tenuta Col d’Orcia: chissà mai che non sia stata l’omonimia con il più grande Marone che la storia ricordi, Virgilio, a fargli raccogliere l’esortazione che il medesimo pone in bocca al pastore Titiro nella prima Bucolica, quello di dedicarsi alla coltivazione della vite. Era il 1973 e da lì a poco l’azienda sarebbe divenuta uno dei fari più luminosi della produzione ilcinese.

C’erano solo pochi ettari di vigneto quando Alberto prese le misure del luogo: allargò la proprietà a 70 ettari e, con un occhio ossequioso che guarda al sangiovese, ebbe l’acume di pensiero di produrre un «vino rosso scelto dai vigneti di Brunello». Aprì così la via al figlio legittimo di un terroir eletto, il rosso di Montalcino, appunto, che divenne DOC dalla vendemmia 1984. Il resto è storia recente e, ai giorni nostri, sotto l’egida di Francesco Marone Cinzano, Col d’Orcia produce vini che vogliono bene alla terra e la sanno raccontare: il Brunello di Montalcino DOCG Nastagio e la Riserva Poggio al Vento ne sono l’ineludibile riprova.

Ruffino FolonariSi conclude il racconto con un nome imponente in quel del Chianti Classico, tanto nella nomea quanto nei fatti: Ruffino. Un nome che si deve ai cugini Ilario e Leopoldo Ruffino, coloro che crearono l’azienda in località Pontassieve nel 1877. Vi si sono succeduti diversi proprietari: dai Folonari che nel 1913 vi investirono ingenti risorse, al gruppo statunitense Constellation Brands, oggi. Complice la prossimità con l’asse ferroviario, i vini Ruffino vennero in breve tempo risucchiati nel turbine della fama e furono perfino degustati da compositori gourmet come Gioachino Rossini e Giuseppe Verdi. A poco a poco, e per motivi eminentemente commerciali, l’azienda adottò il fiasco di vetro temperato, un contenitore robusto abbastanza da poter reggere gli spostamenti. Tale scelta fu quanto di più lungimirante si possa immaginare: diede origine all’esponenziale redditività che permise loro di tenere testa alle insidie del tempo quali, ad esempio, l’alluvione del 4 novembre 1966 che annichilì tutti i loro stabilimenti.

Per chi avesse in uggia il fiasco, ricordiamo che l’edizione speciale del 2014 - firmata dall’artista francese Clet - è stupenda e, forse, riporta l’oggetto al suo antico onore. Annotiamo infine che il loro Chianti Classico Gran Selezione DOCG Riserva Ducale Oro è l’etichetta – con la E maiuscola - su cui è andata a costruirsi la loro inossidabile nomea.

Da questa serata - screziata di pittura, letteratura e musica - riaffiora l’antica e dolce sensazione che parlare del passato restituisca un’idea di futuro. E noi ne siamo usciti, come si direbbe dalle parti di Massimo Castellani, «in broda di succiole».