La re-invenzione del Brunello


La re-invenzione del BrunelloPillole di mappature umane, produttive e spazio-temporali da Montalcino. Insieme a Paolo De Cristofaro un viaggio nel multiforme ed eterogeneo mondo del Brunello.

«Parlare di “re-invenzione“ del Brunello, una stella di prima grandezza, potrebbe spiazzare. Eppure la sua storia testimonia come, insieme al suo territorio, sia nato e rinato più volte».

Paolo De CristofaroCon queste parole Paolo De Cristofaro, giornalista, divulgatore e autore radio–televisivo, specializzato in comunicazione enogastronomica, inizia l’affascinante viaggio attraverso la storia di questo grande vino, una storia per nulla lineare, che lo ha portato a essere conosciuto e apprezzato in tutto il mondo.

Perché il Brunello è un vino di successo? Alcune motivazioni sono facili da comprendere:

  • il nome Brunello suona bene, è conosciuto in tutto il mondo ed è facile da memorizzare;
  • il Disciplinare, che prevede il 100% di sangiovese grosso, crea un forte elemento di identità e di semplificazione;
  • la commercializzazione, autorizzata dopo oltre 4 anni dalla vendemmia (5 per la Riserva) e con almeno 2 anni di affinamento in legno, lo colloca tra i grandi vini da invecchiamento.

Tutto ciò ha creato la reputazione di un vino “importante ”destinato alle grandi occasioni e che sa parlare un linguaggio “universale“: è apprezzato dal neofita perché ha struttura, intensità e avvolgenza, ma piace anche ai palati più esigenti, alla ricerca di complessità, profondità e prospettive nell’invecchiamento.

Altri aspetti sconfinano nel paradosso. Infatti, il Brunello, con la sua fama consolidata di vino da lungo invecchiamento, si impone all’attenzione mondiale quando assume, in seguito a cambiamenti viticoli e climatici, un profilo più pronto nel medio periodo. Viene ancora considerato un vino da invecchiamento, ma non necessariamente, in quanto già fruibile appena immesso sul mercato.

L’origine è ottocentesca. Clemente Santi, farmacista in Montalcino, assieme al genero Jacopo Biondi, presenta il suo vino “puro“ - frutto esclusivamente di un clone locale chiamato brunello o sangiovese grosso e fatto maturare a lungo, per 4 o 5 anni, in botte - a una esposizione di prodotti industriali e naturali della Toscana. Ci sono alcune contestazioni sull’attribuzione dell’invenzione del Brunello a Biondi-Santi, ma è indubbio che la sua narrazione, presso il grande pubblico, sia strettamente legata a questa famiglia che, nel 1934, ha ricevuto il titolo di “Inventore del Brunello“ dal Ministero dell’Agricoltura e alla quale è stato riconosciuto il clone BBS11, come ”originale“ di Montalcino.

Il 1955 è un anno simbolico: Biondi Santi produce il Brunello Riserva 1955, vino icona, inserito dalla rivista Wine Spectator nei 12 vini del secolo; il mezzadro Nello Baricci diventa, per primo, coltivatore diretto, acquistando il podere Colombaio Montosoli con l’aiuto del fondo per la piccola proprietà contadina e sarà anche il primo firmatario del Consorzio che nascerà nel 1967; secondo i dati ISTAT, Montalcino risulta il comune più povero d’Italia, per reddito pro–capite. Interessante è anche quello che mette in luce un volo aereo di telerilevamento: a Montalcino, dalla grande invenzione del Brunello nel 1800 e almeno fino al 1950, non si è sviluppata alcuna vera economia attorno al vino.

DOC Brunello di MontalcinoNegli anni ’60 il Brunello si re-inventa in una prima chiave collettiva. Nel 1966 viene istituita la DOC e nel 1967 nasce il Consorzio con 25 soci firmatari.

Gli  anni ’70 sono caratterizzati dall’arrivo degli americani. Nel 1977 la famiglia americana Mariani acquista l’azienda Poggio alle Mura, ribattezzandola Castello Banfi. Nel 1978 vengono prodotte oltre un milione di bottiglie. Nel 1980  Montalcino diventa il settimo comune della provincia di Siena per reddito pro–capite e inizia il boom produttivo e commerciale, soprattutto verso i mercati internazionali, che proseguirà senza sosta nei due decenni successivi.

Arriviamo così al 2008, l’anno del “Velenitaly“. La Guardia di Finanza scopre l’utilizzo non autorizzato di altri vitigni, soprattutto internazionali, nel Brunello, operato da alcuni produttori. L’inchiesta e il conseguente scandalo non ebbero solo risvolti negativi, per fortuna. Infatti, il 28 ottobre 2008, l‘Assemblea per la modifica dei disciplinari boccia la possibilità di tagliare il sangiovese, riconfermandolo protagonista assoluto di Montalcino.

Il 2015 certifica l’entrata definitiva del Brunello nella “Champions League” del vino mondiale: il Brunello riceve i 100 punti dalla guida di Robert Parker e Christopher Descours acquista l’azienda Biondi Santi per 250 milioni di euro. Viene sancita così la tendenza a vendere importanti e storiche aziende a gruppi stranieri. Montalcino diventa definitivamente un distretto di prima grandezza, proprio quando vengono a mancare i punti di riferimento indiscussi che fino ad allora avevano prodotto i vini più quotati. Diventa sempre più un distretto plurale dal quale le varie testate giornalistiche scelgono, ogni anno, i loro Brunello preferiti. Ciò è positivo perché rafforza il brand territoriale, ma la mancanza di un modello espressivo di riferimento genera confusione, sia nella lettura critica che in quella dei territori, degli stili e delle annate.

Secondo il relatore, l’epoca d’oro del Brunello è rappresentata dagli anni ’80. Montalcino era già riuscita ad avviare un sistema produttivo e commerciale molto positivo, anche a livello internazionale. Molti dei vini nati in quegli anni - e che oggi ancora emozionano per carattere, integrità, eleganza, profondità e dettaglio territoriale - non erano così apprezzati, all’epoca. Questo spiega perché, soprattutto a partire dalla metà  degli anni ’90, lo stile delle aziende sia, purtroppo, cambiato.

 

Pillole di mappatura

I motivi a favore di una mappatura del territorio sono molteplici: storici e commerciali, indispensabili per uniformarsi ad altri importanti territori vitivinicoli come la Borgogna, il Bordeaux e le Langhe; la grande eterogeneità pedoclimatica dei circa 24000 ha di territorio; l’ampliamento delle superfici vitate in quantità e distribuzione; il progressivo aumento di vini che riportano - in etichetta - zone, contrade, toponimi; le differenze macroscopiche tra i vini più lontani.

Pillole di mappaturaDi contro, ci sono anche valide ragioni per dire che a Montalcino, forse, non serve  una mappatura. Infatti, il Brunello è un vino da assemblaggio territoriale, a causa dell‘estrema segmentazione delle aziende che possiedono vigne posizionate in zone diverse, anche molto lontane. Ciò aiuta a bilanciare l’effetto dell‘ annata e a produrre uno stile di Brunello riconoscibile e ripetibile. Inoltre, il brand Brunello, ad oggi, è più forte di qualunque nome di zona, contrada o podere.

Il territorio di Montalcino si estende su 24000 ha, nel settore sud–ovest della provincia di Siena ed è composto da 7 frazioni. È collinare per il 70%, di forma pressoché quadrata, contornato su due lati e mezzo dai fiumi Ombrone e Orcia. Il clima è mediterraneo, con qualche venatura continentale dovuta alla posizione intermedia tra Tirreno e Appennino. La piovosità è scarsa e c’è una forte variabilità altimetrica. Le vigne si distribuiscono, a macchia di leopardo, in una zona che va dai 150 ai 450 metri s.l.m., arrivando oggi fino ai 600 a causa del riscaldamento climatico.
Tutte queste variabili rendono molto difficile definire delle linee guida di mappatura; si può solo procedere per tentativi.

 

Mappatura geologica

Il territorio si è formato in varie ere geologiche e presenta quindi suoli estremamente variabili: suoli di origine marina con argille e arenarie frammiste a scheletro calcareo costituito da scisti di galestro e alberese e suoli di origine marina con maggiore presenza di argilla e minore di scheletro, entrambi diffusi un po‘ ovunque; suoli di origine continentale formatisi per il trasporto di detriti alluvionali, quindi più sabbiosi collocati più vicini al corso dei fiumi; suoli di origine vulcanica, tufacei, derivanti dal complesso del Monte Amiata.
Esiste quindi una grande variabilità nella distribuzione dei suoli, difficilmente raggruppabili in zone.

 

Mappatura geografica

Al momento non c’è una mappa “zero“ che simuli la divisione dell’areale per versanti. Sono ancora tutte simulazioni sulla base di studi precedenti più descrittivi, che cartografici veri e propri. L‘areale comprende 6 settori: un settore nord; la collina di Montalcino; un settore ovest, prevalentemente boscoso; 3 settori che guardano a Sud: sudovest, sud e sud–est, dove è ubicata la maggior parte delle vigne.
Anche questa simulazione di mappatura è poco funzionale perché all’interno dei vari settori coesistono realtà produttive che creano vini con tipicità molto diversa.

Gli studi attuali provano a ribaltare la prospettiva partendo da microaree il più possibile omogenee dal punto di vista territoriale ed espressivo, e da toponimi storici dove la vigna è da sempre presente e che sono associati a una certa reputazione. Solo in un secondo tempo si  cercherà di raggrupparle in categorie intermedie.
L’esperimento è stato fatto con la collina di Montosoli che racchiude tutte le caratteristiche del cru ben delimitato e storicamente documentato in etichetta, dove si producono vini dotati di caratteri riconoscibili anche in presenza di stili molto diversi.