Romagna. I boschi e la canzone


Romagna. I boschi e la canzonePer il 56° anniversario dell’AIS, Armando Castagno tributa un omaggio «ai boschi e alla canzone» - ossia ai luoghi e alla voce - di un lembo di terra che di nome fa Romagna, esortandoci a guardarlo da vicino.

La storia romagnola è intricata e ci narra di confini assai labili: già il Sommo Poeta nel XXVII canto dell’Inferno scrisse che «Romagna non è, ne fu mai senza guerra». Ai giorni nostri, dal punto di vista amministrativo, il territorio comprende 102 comuni in un areale che si estende per circa 6.380 km² nelle province di Ravenna, Forlì-Cesena, Rimini e parte della provincia di Bologna.

I confini antropologici, tuttavia, comprendono storicamente altri territori, quali ad esempio i comuni toscani di Marradi e di Firenzuola, o ancora 14 comuni dell’area geografica di Montefeltro Urbinate, la cui fonia è di evidente matrice romagnola. L'indagine sulla tradizione vitivinicola locale è dunque difficoltosa e il nome stesso della regione non contribuisce a districarla. Emilia e Romagna, difatti, non sono una singola entità: il trattino non accomuna, bensì disunisce, sia sul piano storico sia su quello antropologico e culturale.

Sul piano enologico, a distinguere le due zone sono in primo luogo i vitigni, che in Romagna vedono da sempre il primato delle uve a bacca chiara, mentre in Emilia sono quelle rosse a prevalere sulla scena produttiva.

La viticoltura e la climatologia

Sebbene sia terra dalla lunga storia vitivinicola, è consuetudine attribuire al vino romagnolo l’indole di un vinello privo di qualsivoglia impronta territoriale e da bersi nell’annata. Una situazione, questa, imputabile a una serie di fattori.

Armando CastagnoIl vigneto romagnolo consta di 32.782 ettari - il 58% della superficie vitata dell’intera regione - e di una produzione media di 3,5 milioni di ettolitri l’anno. Però, solamente una piccola percentuale del volume combacia con prodotti di qualità: i vini a denominazione di origine si rinvengono nella misura di soli 444.000 ettolitri circa, con sbocchi commerciali esteri relativamente bassi.

A rappresentare la Romagna sul mercato vinicolo è allora una massa di vino generico, fiore all’occhiello commerciale di alcuni giganti della cooperazione vinicola, la cui egemonia riduce sovente i vignaioli al ruolo di semplici conferitori di uve. Conviene anzi notare che molti di loro, al fine di sopravvivere, sono a produrre essenzialmente altro: in Romagna, invero, la policoltura ha spesso la meglio sulla viticoltura.

La regione paga poi il conto di una meccanizzazione portata al massimo e fatica ad affrancarsi dell’esiziale scelta del materiale botanico fatta negli anni Ottanta e Novanta (come, ad esempio, il famigerato portinnesto Kober 5BB).

A peggiorare ulteriormente un quadro già menomato, si aggiungono gli indici climatologici. Il clima si altera, e con esso il vino. In particolare, le temperature massime nella fase cruciale del ciclo vegetativo della vite (da giugno alla vendemmia) rappresentano un indice inquietante: le medie - superiori a 30 °C - coprivano il 4,4% della Romagna fino al 1990, il 37,7% oggi.

È parimenti certo che la pluviometria risenta del surriscaldamento: da 957 mm/anno nel periodo 1961-1990, si è poi assestata sugli 899 mm/anno nel periodo 1991-2015.

La geologia

Per buona sorte, più favorevole è la situazione geologica, che si presenta coerente, stratificata e graduale. Si identificano sei matrici litologiche in larga misura distinte dalle quote altimetriche: partendo dai settori pianeggianti si trovano gli alluvionali del fondovalle - molto più recenti per età di formazione - e, a mano a mano che si sale, le sabbie gialle; le argille-calanchive (terreni erosi e poveri di copertura vegetale) ove dimora il cospicuo vigneto dei primi rilievi; le argille compatte del Pliocene che abbondano di un peculiare sasso detto spungone, una roccia a prevalenza calcarea-organogena il cui nome deriva dal termine vernacolare spungò, che vuol dire proprio spugna; i gessi; e per finire nella logica prosecuzione, i terreni più antichi, la parte più dura, la summa arenacea, ovvero il complesso appenninico, in grado di dare vini materici e, con ogni probabilità, idonei per sfidare il tempo.

I vitigni

Come detto, la primazìa ampelografica è appannaggio delle uve chiare, segnatamente del trebbiano romagnolo, biotipo considerato in genere più qualitativo del suo cugino toscano. Diverse uve autoctone a bacca bianca sono presenti in proporzioni più marginali. Tra di esse: l’albana, al quarto posto per superficie vitata del territorio; il grechetto gentile, vitigno più frequente nell’agro riminese; il pagadebit – che corrisponde al bombino bianco – nella zona di Forlì-Cesena; il montuni anche detto montù nell’imolese; e, da ultimo, il famoso, che rivendica solamente 49 ettari: non sempre il detto nomen omen coglie nel segno, insomma.

Tra le uve a bacca rossa, invece, protagonista incontrastato è il sangiovese. In quote minime sono poi coltivate varietà indigene: meritano una citazione la cagnina – altro non è che il terrano del Carso –, solitamente vinificata dolce; il centesimino, in timida ripresa dopo la sua riscoperta negli anni Sessanta (22 ettari scarsi nel Faentino); e l’uva longanesi – decimata negli anni convulsi della fillossera – il cui attuale nome onora chi la salvò nel secondo dopoguerra.

L’albana

Venendo alla prima protagonista della degustazione - l’albana - siamo al cospetto di una cultivar non proprio ubiquitaria e dai molteplici biotipi (della Gaiana, della Dozza, della Serra, di Oriolo o l’eccelsa albana gentile di Bertinoro). Si tratta di una pianta rustica, resistente alle avversità della vite, in particolare alla peronospora e all’oidio.

I vini bianchiDal punto di vista morfologico, ha grappolo molto grande e spargolo, con buccia sottilissima soggetta alla muffa nobile (Botrytis cinerea), elemento qualitativo vincente. Poco fertile sulle tre-quattro gemme basali, conta un possibile capo a frutto dalla quinta gemma ed esige potature lunghe.

Le più diffuse forme d’allevamento sono pertanto la pergola e il cordone doppio. Le sue caratteristiche cruciali sono: l’acidità fissa - persino viperina - fra le più elevate che si conoscano a livello di autoctoni italiani, la spiccata duttilità, l’intensa dotazione cromatica e la notevole consistenza estrattiva.

Sul piano enografico, il disciplinare vigente DOCG Romagna Albana declina la varietà nelle tipologie secco (asciutto), amabile, dolce, passito e passito riserva. Annotiamo infine che la denominazione non comprende sottozone.

Il sangiovese

Per converso, il sangiovese, sotto l’ombrello della denominazione Romagna DOC, comprende dodici Menzioni Geografiche Aggiuntive (MGA, sottozone) rivendicabili in via opzionale.

1 - Serra
Sottozona più occidentale tra quelle del disciplinare di produzione, si caratterizza per l’altimetria che oscilla tra i 100 e i 250 metri di quota. I vini che se ne ottengono - se bene interpretati - sono capaci di sprigionare intensi strati di frutto e tannini ben delineati. 

2 - Brisighella
Anche nota per la sua produzione olearia, è di gran lunga la più ampia e la più importante in termini di ettari vitati. In un contesto preappenninico, il vigneto sale oltre i 400 metri e si compone di tre terrazze geologiche successive. Esso porta in dote al vino solida struttura e buona intensità aromatica.

3 - Marzeno
Piccola sottozona del comprensorio, si differenzia per la componente argillosa del terreno e le quote altimetriche di rado superiori ai 300 metri s.l.m.. In queste condizioni il sangiovese, pur non avendo il corpo e la compattezza di altri distretti, concede un frutto piuttosto nitido, mai sopra le righe.  

4 - Modigliana
Situata nella cosiddetta “Romagna Toscana”, è al contempo la meno vitata e la più rinomata. Da quote elevate (fino a 500 metri s.l.m.) e terreni sedimentari prevalentemente arenacei offre vini di grande finezza e notevoli possibilità evolutive.

5 - Oriolo
In questa sottozona ubicata tra Forlì e Faenza la viticoltura di qualità è bassa in quota (sui 70 metri all’incirca) e ricca di argille ferruginose. Il comprensorio è appannaggio di otto produttori (riuniti nell’Associazione Torre di Oriolo), in grado di far scaturire vini dal frutto carnoso, senza per questo ricusare l’eleganza.

6 - Castrocaro - Terra del Sole
Molto estesa, è la più appenninica e più fredda delle dodici sottozone. Tradizionalmente, la viticoltura di qualità collima con la zona di Bagnolo intorno ai 250 metri s.l.m., dove i terreni si contraddistinguono per la presenza di formazioni calanchive. Il vino che se ne fa nasce più austero, con spiccate inflessioni vegetali e tanniche.

7 - Predappio
Per quanto sia la sottozona del sangiovese per antonomasia, sono solo undici i produttori riuniti nell’Associazione Terre di Predappio. Luogo fortemente eterogeneo sia per l’altimetria (oscilla tra i 100 e i 400 metri s.l.m.) sia per la matrice geologica (spazia dalle argille del Pliocene alle composizioni arenacee), dà vita a dei Sangiovese dissimili fra di loro, ora levigati ora più atticciati.

I vini rossi8 - Meldola
Terra adatta alla coltura, e in particolare a quella della vite. Nessun produttore, tuttavia, ha mai rivendicato la sottozona in etichetta, in ragione del fatto che le migliori vigne del territorio di Meldola sono state incluse nella sottozona Predappio.

9 - Bertinoro
Saldamente legato al sangiovese e all’albana (nella fattispecie il clone “gentile di Bertinoro”), il distretto si caratterizza per la sua orografia collinare posta fra i 100 e i 250 metri s.l.m. e per la presenza del già citato spungone. Qui si ottengono vini di ragguardevole caratura, tannici e sapidi. Si fa presente che per questa sottozona la tipologia Riserva è l’unica prevista dal disciplinare.

10 - Cesena
Comprensorio fra i più piccoli della denominazione, Cesena non è molto nota per la sua produzione vitivinicola, benché presente fin dall’epoca romana. I suoi vini non hanno la struttura di alcune altre zone, nondimeno si fanno apprezzare per la loro morbidezza e appagante bevibilità

11 - Mercato Saraceno
(MGA che sostituirà, a far data dalla vendemmia 2021, la precedente San Vicinio).
Sebbene ancora poco coltivata, presenta terreni di marne arenacee e quote più che favorevoli per il sangiovese.

12 - Longiano
La più orientale delle sottozone e in assoluto la meno vitata (vi si trovano soltanto un paio di aziende). Detto ciò, la viticoltura si sviluppa su entrambe le sponde del fiume Rubicone, in particolare nella parte più settentrionale.

Si accenna, infine, che sono state approvate tre nuove MGA nella parte più orientale della Romagna, ossia Verucchio, San Clemente e Coriano.

La svolta qualitativa

Ora, in una regione da molto tempo afflitta da logiche puramente commerciali, Armando Castagno si dà premura di annotare che un germoglio di nuova identità sembra farsi strada. Buona parte del merito va attribuito all’impulso dato dal regista Gian Vittorio Baldi: questi acquisì un appezzamento sulle colline di Brisighella e, scegliendo di praticare una viticoltura consapevole, divenne negli anni Settanta un vero e proprio caposcuola.

Ai tempi nostri, la Fattoria Paradiso di Graziella Pezzi e la Fattoria Zerbina di Cristina Geminiani sono gli esponenti più in vista del risorgimento romagnolo. Producono nettari intessuti di territorio, in grado di cancellare in un sol colpo i pregiudizi più diffusi. Oltre a loro, alcuni artigiani di pregevole dinamismo - seppur ex-conferitori o tutt’ora conferitori - raccolgono a poco a poco la sfida del luogo con approcci agricoli sostenibili e s’impegnano a ridare lustro al terroir, rinunciando a produttivismi esasperati.

Ci vorrà ancora tempo per far diffusamente le lodi del vino romagnolo. Ma quello che risulta ostinatamente immoto è destinato a cambiare. Sovviene alla mente una lettera dell’immenso poeta Dino Campana in cui scrisse: «Ma torneremo di moda anche noi. Ci ho questa speranza». E così Armando Castagno.

 

I vini in degustazione:

Albana

  • Anablà 2020 – Tre Monti
  • Vite in Fiore 2020 – Paolo Francesconi
  • Romagna Albana DOCG Sânta Lusa 2018 – Ancarani
  • Romagna Albana DOCG Corallo Giallo 2019 – Gallegati

Armando Castagno ha dovuto precisare che i primi due vini sono prodotti con uve albana. In base al discusso D.M 13/08/2012, infatti, l’albana è una delle undici varietà il cui nome è riservato esclusivamente ai vini DOP/IGP. I vini senza denominazione di origine, seppur prodotti integralmente da uve albana, non possono riportare né in etichetta né nelle presentazioni cartacee o web il nome del vitigno.

Sangiovese

  • Colli di Imola DOC Sangiovese Rhod 2016 – Terre di Macerato
  • Romagna DOC Sangiovese Serra Assiolo 2018 – Costa Archi
  • Romagna DOC Sangiovese Marzeno Ca’ di Sopra 2018 – Ca’ di Sopra
  • Romagna DOC Sangiovese Modigliana Il Carbonaro 2020 – Lu-Va
  • Romagna DOC Sangiovese Castrocaro Crete Azzurre 2019 – Marta Valpiani
  • Romagna DOC Sangiovese Bartimeo 2019 – Stefano Berti
  • Romagna DOC Sangiovese Predappio Godenza 2018 – Noelia Ricci
  • Romagna DOC Sangiovese Fermavento 2018 – Giovanna Madonia